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"Sangue e urine scoprono i tumori": gli Usa premiano l'oncologo Pier Vitale Nuzzo

[21/02/2020] PRIMO PIANO

"Sangue e urine scoprono i tumori": gli Usa premiano l'oncologo Pier Vitale Nuzzo

Il 36enne di Marittima, ricercatore presso il “Dana Farber Cancer Istitute” di Boston, ha ricevuto, insieme al suo team, il prestigioso Premio Asco 2020 per il suo lavoro sulla diagnosi precoce dei tumori del rene e dell’apparato uro-genitale 

 

Classe 1984, originario di Marittima (frazione del Comune di Diso), fresco vincitore negli Stati Uniti dell’ASCO 2020. Il dottor Pier Vitale Nuzzo ha ricevuto lo scorso 14 febbraio a San Francisco il prestigioso riconoscimento conferito dall'American Society of Clinical Oncology (Asco) per le sue ricerche nell’ambito dei tumori dell’apparato uro-genitale e sugli effetti collaterali delle terapie immunologiche nel cancro della vescica. Nuzzo ha contribuito allo sviluppo di un test che, attraverso l’analisi di poche gocce di sangue o un campione di urine, è in grado di fare diagnosi di tumore del rene anche prima che esami strumentali, come Tac e Pet-Tac, riescano a vederlo. Il test potrà essere applicato anche ad altri tipi di tumore. Si tratta di risultati che aprono a grandi possibilità, in particolare quella di rilevare, in un futuro non tanto lontano, la presenza di tumori in maniera precoce, aumentando così le possibilità di guarigione. 

La storia professionale di Pier Vitale Nuzzo passa dall’Università di Genova, dove ha conseguito la laurea con lode in Medicina e Chirurgia e la specializzazione in Oncologia medica. Nel 2016, dopo aver vinto presso l’Ateneo ligure il concorso di dottorato in Oncologia ed Ematologia medica, Nuzzo ha trascorso un periodo di ricerca a Boston, presso il “Dana Farber Cancer Istitute” dell’Università di Harvard. Doveva essere un’esperienza “a tempo”, ma i professori Francesco Boccardo (Genova), Matt Freedman e Toni Choueriri (Harvard) -quest’ultimo massimo esperto di tumore del rene a livello mondiale- fiutano il talento del giovane medico salentino. Ed ecco la prestigiosa offerta di lavoro come ricercatore post-dottorato. “Essendosi contraddistinto -si legge oggi sul sito web dell’ospedale americano- per il grande intuito nell’ambito della ricerca oncologica e per le capacità relazionali, ha ottenuto la posizione di research fellow al Dana Farber Cancer Institute di Boston, dove attualmente lavora”. Lo scorso gennaio è così iniziato il suo quinto anno a Boston. 

Torniamo al premio Asco appena assegnatogli: è un appuntamento annuale organizzato dalla Società Americana di Oncologia Clinica, la più importante associazione di categoria del pianeta. Qui arrivano le migliori ricerche condotte in tutto il mondo, consentendo ai giovani più promettenti di presentare i propri risultati davanti a una platea d’eccezione. Gli italiani hanno da sempre ben figurato, racconta la storia dell’Asco tramite l’elenco dei premiati di anno in anno. Un elenco che da quest’anno si arricchisce grazie al lavoro di Pier Vitale Nuzzo, “ricercatore 36enne originario di un piccolo villaggio situato nel tacco nello stivale italiano chiamato Marittima”, come scrivono gli americani. 

 

 

“Il mio sogno? Portare in Italia questa esperienza magnifica”

 

Pier Vitale Nuzzo è comprensibilmente orgoglioso per il riconoscimento ottenuto ed è ben consapevole che è un risultato ottenuto grazie soprattutto alle opportunità offerte dall’Università di Harvard. Eppure lui non si considera un “cervello in fuga” e spera di poter fare tornare un giorno a lavorare in Italia. Di questo e del suo lavoro al “Dana Farber Cancer Istitute” ci ha raccontato in questa intervista. 

Dottor Nuzzo, la ricerca per la quale è stato premiato a San Francisco si basa sulla diagnosi di tumori attraverso i fluidi corporei. 

Sì, il riconoscimento, riservato a ricercatori under40, è stato assegnato per le ricerche sugli effetti collaterali collegati all’immunoterapia nel cancro della vescica e per le ricerche sulla “biopsia liquida” nel carcinoma renale. Con la “biopsia liquida” si analizza un liquido biologico (sangue, urine, saliva) dal quale è possibile rilevare tracce di tumore per identificarne la presenza, monitorarne l’andamento, la resistenza ai farmaci, ecc. Su più di 800 lavori inviati da tutto il mondo ne sono stati selezionati 20, di cui 3 sono italiani. Un buon risultato. 

Perché il vostro test è diverso dagli altri? 

Perché cerca il DNA che le cellule tumorali riversano nel flusso sanguigno o nelle urine quando muoiono, al contrario della biopsia tradizionale, che è invasiva e consiste nel prelevare tessuti da organi con aree tumorali sospette. Contrariamente agli altri test che rilevano mutazioni genetiche o altre alterazioni del DNA correlate al cancro, la tecnologia che ho studiato si concentra su elementi note come “gruppi metilici”: si tratta di unità chimiche che hanno un ruolo nel controllare quali geni sono “accesi” e quali “spenti”. Questo nuovo protocollo lo abbiamo testato su pazienti affetti da tumore renale, ma potenzialmente può essere utilizzato anche per altri tipi di neoplasia (vescica, prostata e colon). Inoltre è un test poco costoso e richiede poche quantità di DNA. Al congresso ho presentato i dati dello studio e il lavoro è ora sotto revisione per una rivista scientifica, su cui sarà pubblicato nelle prossime settimane. 

Ricerca, cura, terapia. E un appello alla prevenzione? 

Stiamo facendo passi da gigante per la diagnosi e la cura del cancro, ma la prevenzione resta l’arma migliore. Il mio consiglio è di aderire ai programmi di screening oncologici costantemente sponsorizzati. Li considero un investimento sulla salute. Da medico e ricercatore invito anche a firmare il consenso informato per donare il proprio materiale biologico allo scopo di contribuire alla ricerca biomedica per il bene comune. Quel materiale, conservato in apposite bio-banche e regolamentato da leggi e comitati etici, è preziosissimo. 

Che idea si è fatto sullo stato attuale della ricerca oncologica? 

Se siamo ancora un po’ lontani dal trovare una cura per i tumori, di sicuro siamo vicini alla commercializzazione di test in grado di fare diagnosi precoci. Credo fermamente che le nuove generazioni saranno fortunate perché la ricerca oncologica ha fatto passi da gigante nell’ultimo decennio. Oggi negli Usa gran parte dei finanziamenti da parte del Governo e dei privati sono destinati a ricerche per identificare precocemente la presenza del tumore. Su questo gli Usa investono molto denaro, mentre in Italia la ricerca è ostacolata da precariato e scarsi investimenti. 

Ecco, l’Italia. Nella sua nazione avrebbe ottenuto i medesimi riconoscimenti?

Devo molto all’Italia. Anche con le sue problematiche, il sistema di formazione italiano dà basi eccellenti che permettono di competere con altri ricercatori internazionali. Ma in Italia non avrei ottenuto i risultati che stiamo raccontando. Sarò sempre riconoscente agli Stati Uniti perché hanno dato spazio alle mie idee: per il mio progetto hanno stanziato quasi un milione di dollari. 

Prima dell’avventura americana, la laurea con lode a Genova. Presumo abbia lasciato il Salento dopo la maturità. 

Ho frequentato il Liceo Scientifico “G. Stampacchia” a Tricase, un ambiente stimolante dove ho avuto la fortuna di avere professori che mi hanno dato una preparazione di alto livello e un gruppo affiatato di compagni, molti dei quali oggi professionisti affermati con i quali sono in contatto. Poi la laurea all’Università di Genova e la specialità in Oncologia Medica nella scuola diretta dal professor Francesco Boccardo, luminare dell’Oncologia italiana della generazione di Veronesi e Bonadonna.

Com’è la sua giornata tipo a Boston? 

Non ci si annoia mai. Boston è una città vivace e ricca di storia. In quanto ex colonia britannica, ha molto di europeo e poiché sede delle più famose scuole e università americane, ha una popolazione giovane con una forte presenza di studenti e ricercatori di tutto il mondo. Di conseguenza non mancano attività culturali, eventi artistici, vita notturna e divertimenti. Anche la vita di laboratorio è intensa, familiare e allegra. Io lavoro con altri otto colleghi provenienti da Corea, Ungheria, Iran, Libano, Cina oltre che Stati Uniti. Tante mentalità diverse che insieme portano alla fioritura di idee e tecniche altrimenti impossibili da realizzare. I professori, poi, ti considerano alla pari: nelle aule dell'Università di Harvard capita di ascoltare conferenze di grandi premi Nobel e durante la pausa scambiare tranquillamente due chiacchiere con loro. 

Le piacerebbe tornare in Italia? 

Nel Salento torno a Natale, Pasqua e d’estate per stare con la mia famiglia e i miei amici. Non ritengo di appartenere alla categoria dei “cervelli in fuga” perché vedo nell’esperienza all’estero una tappa obbligatoria del percorso formativo. Il mio programma è sempre stato quello di tornare in Italia, magari come medico ricercatore, portando con me il bagaglio di conoscenze maturato negli Usa. Sarebbe più semplice se l'Università del Salento avesse la sua Facoltà di Medicina, ma se decidessi di dedicarmi prevalentemente all’attività di medico sceglierei il Salento, coinvolgendo i miei pazienti anche in progetti di ricerca. 

A chi dedica il suo premio? 

A tutti i pazienti che hanno lottato o che stanno lottando contro un tumore, alla mia famiglia, ma soprattutto al mio piccolo paese natale, Marittima, nel quale sono cresciuto. 

 

Un test attendibile fino al 99% nell’identificare il tumore del rene nel sangue

 

Per effettuare la sua ricerca, Pier Vitale Nuzzo ha selezionato alcuni pazienti affetti da tumore del rene. Nello specifico sono stati analizzati sia casi di pazienti con masse tumorali molto piccole, anche inferiori a un centimetro, che pazienti con metastasi (di circa 60 pazienti, due terzi avevano un tumore piccolo e un terzo un tumore localmente avanzato o metastatico). Accanto ad essi, sono stati studiati i casi di 30 pazienti non affetti da tumore, che erano donatori volontari di rene e quindi sani, perché sottoposti a tutti gli esami necessari per essere dichiarati donatori). 

Sono stati prelevati sangue e urine di questi pazienti, isolandone il DNA circolante e utilizzando un protocollo specifico per isolare solo il cosiddetto “DNA metilato”. Tutto il DNA metilato circolante di ogni paziente è stato sequenziato e poi analizzato. Poiché ogni tumore ha un gruppo specifico e unico di sequenze di DNA metilato, con grande sorpresa si è scoperto che nei pazienti con tumore del rene si riscontrava la presenza di queste sequenze, assenti invece nei pazienti sani. 

Il test del giovane medico di Marittima ha avuto una sensibilità del 99% nell’identificare il tumore del rene nel plasma e dell’80% nelle urine. Come si può vedere, la sensibilità per le urine, pur essendo alta, non era così elevata come nel plasma; lo stesso test per le urine è stato poi “ottimizzato” negli ultimi mesi, dopodiché è stato depositato il brevetto e si contano di avere a breve i nuovi risultati. 

Va ricordato che, nonostante i limiti del sistema nazionale, i ricercatori italiani sono tra i più stimati a livello europeo e mondiale. Nei corridoi dei grandi centri internazionali di ricerca capita spesso, come raccontano Nuzzo e altri suoi colleghi, di incontrare durante meeting e conferenze degli studiosi italiani, che si fanno apprezzare distinguendosi per acume, idee innovative ed efficienza. Alcuni di loro sono direttori di importanti dipartimenti universitari. Un nome: il professor Pierpaolo Pandolfi, salentino e oggi docente di Medicina e Anatomia patologica proprio all’Università di Harvard, il tempio della didattica e della ricerca in America, cioè la più antica istituzione universitaria degli Stati Uniti che ha saputo e sa ancora “coccolare” le eccellenze italiane. 

 

Stefano Manca 



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