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"La legalitÓ, e non l'omertÓ, Ŕ l'unica via di uscita per il nostro Salento"

[08/11/2019] IN COPERTINA

"La legalitÓ, e non l'omertÓ, Ŕ l'unica via di uscita per il nostro Salento"

A parlare è don Antonio Coluccia, parroco originario di Specchia, che da tempo vive sotto scorta a causa del suo impegno contro la criminalità organizzata, il quale evidenzia come questi fatti di cronaca nera vedono protagonisti soprattutto giovani 

 

Don Antonio Coluccia (nella foto) è un sacerdote di quelli sempre in prima linea, pronto a scendere in strada per segnalare, denunciare, far conoscere i luoghi dello spaccio, i posti dove la criminalità si insinua tra le vite di giovani e giovanissimi attratti dai soldi facili, persi nel tortuoso cammino lastricato dalla mancanza di alternative in un mondo in cui la cultura fa fatica a passare allo stesso modo dell'integrazione sociale. Don Antonio stesso a dicembre dello scorso anno è stato vittima di atti intimidatori: a Supersano ignoti hanno deturpato il manifesto che annunciava la sua partecipazione ad un incontro pubblico sovrapponendo una scritta in arabo traducibile con “buon appetito” o “buono da mangiare”; a Specchia quattro colpi di proiettile hanno distrutto lo sportello anteriore destro e il vetro della sua auto, un’Alfa Romeo 166. 

Con lui abbiamo parlato del recente tentato omicidio di Casarano come ultima, in ordine di tempo, manifestazione di stampo mafioso all'interno di un contesto geografico, quello pugliese e salentino, in cui le agenzie educative fanno fatica a trovare spazio e coordinamento. 

Don Antonio, innanzitutto qual è il suo pensiero sull'ultimo episodio di violenza dello scorso 25 ottobre a Casarano? 

Quello che è accaduto è molto grave. La cosa che mi lascia perplesso è tutta una serie di eventi che si sono verificati nel nostro Salento a partire dall'omicidio di Francesco Fasano a Melissano nel 2018. Cosa sta accadendo in questa terra così bella e così contraddittoria? Assistiamo continuamente a persone, in molti casi giovani, che perdono la vita per rese di conti nel silenzio assoluto delle comunità. Non c'è mai stata una presa di posizione netta, al di là del fatto che il ragazzo potesse appartenere o meno a un gruppo criminale. 

A quello sono seguiti altri episodi gravi.

Sì, ci sono stati i fatti sanguinosi di Maglie e andando a ritroso l'omicidio di Augustino Potenza. La mafia salentina esiste, sembra che ci sia una ragnatela sociale che allunga le proprie mani sul controllo della droga… Basta pensare all'ultima operazione massiccia delle forze dell'ordine, “Tornado”, che ha visto coinvolti tanti cittadini ed il sindaco di un paese, Scorrano. Lo Stato si è reso presente, bisogna ringraziare il Prefetto, i Carabinieri e la Polizia per il lavoro prezioso che fanno. 

Stupisce in tutte queste vicende un coinvolgimento sempre maggiore delle forze politiche.

È allarmante il numero di Comuni che vengono sciolti per mafia, altra cosa di cui non si parla. A Lecce e provincia non c'è coscienza di questo e quello che mi spaventa di più in tutto ciò è il consenso sociale che i criminali riescono a crearsi: sembra che ci sia assuefazione, una rassegnazione nel cittadino comune che ha paura del mafioso ma, come diceva Paolo Borsellino, il coraggio abita accanto alla paura. Se ci chiudiamo in noi stessi cosa sarà della nostra terra? Sembra che stiano ritornando gli anni di piombo quando si sparava dappertutto. 

Su questo siamo tutti chiamati a riflettere, dunque. 

Certo. Abbiamo tanti beni confiscati alla mafia che non sono utilizzati per colpa della burocrazia, il che è un segno di debolezza. I salentini deve reagire, devono osare, rischiare, non possono rimanere sempre spettatori. La mafia salentina è cambiata, non parla più solo il dialetto quando spara, con l'intimidazione, con il linguaggio della violenza, parla l'italiano, con il linguaggio degli appalti pubblici, in particolare quello dei rifiuti. Si impone negli uffici tecnici, laddove c'è la vita amministrativa di un territorio. 

Di tutti questi elementi qual è il fatto più sconcertante? 

Il fattore più allarmante, come è avvenuto ad esempio a Maglie, è che dell'episodio non ne hanno più parlato, ecco perché i criminali diventano più forti perché sanno di incutere un certo terrore sociale. Ogni volta che apri un sito di informazione leggi di auto che saltano in aria, auto incendiate, bombe. Ma che sta succedendo? C'è bisogno di un risveglio della coscienza sociale, di un'azione morale. Non si può accettare che ragazzi muoiano per la droga o per una resa dei conti, è inammissibile. Dobbiamo amare e rispettare il nostro territorio, l'ambiente in cui viviamo. L'invito è ad essere antenna delle emergenze sociali di un territorio, non ci dobbiamo rassegnare, chiudere, ma dobbiamo promuovere una presa di posizione sociale che coinvolga tutti i cittadini. 

Come giustamente sottolineava, negli ultimi episodi di cronaca nera sono coinvolti principalmente i giovani, quelle generazioni che avrebbero dovuto ripudiare la mafia e invece da essa si fanno ancora circuire. 

Alle nuove generazioni dobbiamo far comprendere che la vita è un dono, è sacra. Come diceva don Milani: “Se sai, sei; se non sai, sarai di qualcun altro”, perciò dobbiamo portare conoscenza. Nel nostro Salento si parla troppo poco di mafia, ecco perché io faccio diversi incontri nelle scuole: per educare alla legalità, per fare testimonianza contro le attività criminali. 

Serve quindi un'attività culturale?

Assolutamente sì, ci deve essere sinergia tra tutte le agenzie educative, solo così ci sarà il risveglio della coscienza e della speranza, quella speranza che, come diceva Sant'Agostino, ha due figli: l'indignazione e il coraggio. La legalità e non l'omertà è l'unica strada per il Salento. L'omertà è come l'acido: corrode, genera disperazione. Il coraggio è come la luce nuova per la tua vita e per il territorio. Faccio un appello ai battezzati: una religione che non rischia diventa un cimitero. E poi non dimentichiamo mai il nome di Angelica Pirtoli, la bimba di Parabita ammazzata a soli due anni il 20 marzo 1991 con l’unica ‘colpa’ di essere la figlia di Paola Rizzello, a sua volta uccisa dagli uomini della Sacra Corona Unita perché ritenuta ‘inaffidabile’: deve essere un angelo di luce che deve guidare ogni salentino. Guai al salentino che dimentica questa bambina, perché se questo avviene vuol dire che il territorio sta perdendo la sua coscienza civile, ancor prima che religiosa.

 

Alessio Quarta 



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